Il sogno della pittura.

Certamente il mondo dell’arte contemporanea è sempre alla ricerca di un’origine, cioè di un momento o di una scelta da cui è nata la possibilità dell’uomo di esprimersi, di conoscersi attraverso il suo rapporto creativo con la realtà. Dopo la Seconda Guerra Mondiale vi è stato anche un reset formidabile in cui la figurazione, la rappresentazione del reale in termini mimetici ha lasciato il posto all’informale o all’astrazione. Ma anche se i materiali sono diventati sempre diversi e sempre più anomali, basti pensare alle plastiche o ai sacchi di Burri, certamente il sogno della pittura è rimasto vivo.

Dipingere senza i pennelli o la pittura come paradigma mentale: questo è stato l’obbiettivo raggiunto. Operare sulla materia per fare in modo che un nucleo minimale dell’idea pittorica, vi resti sempre imbrigliato. E in questo percorso Ugo Salerno si inserisce proprio perché, nella sua manipolazione di materiali e della carta in primo luogo, diventa la base per l’intervento monocromatico. Il bianco o il nero favoriscono l’affermazione di una forma pura, di una superficie increspata o piegata alla ricerca di una spiritualità materica. Il processo ha da un lato una sua immediata semplicità, dall’altro nasce anche dal “tormentare” la carta per farla in qualche modo “parlare”. Questo implica che Salerno ha un metodo di lavoro in cui la progettualità è insita nel procedimento creativo. Non vi sono stadi intermedi perché la sua poetica è assolutamente chiara e determinata. Quindi, dipingere è fare.

Ma molto importante è anche la scelta di non adoperare i colori che distraggono per la loro carica emotiva e di affidarsi soltanto al bianco e al nero. Questi consentono anche uno stringente rapporto con la luce, la loro reattività all’incidenza dei raggi è molto accentuata e le forme e i volumi dipendono direttamente dalle condizioni di illuminazione. Il gioco tra la trama, la materia e l’ombra diventa forma. Il bianco in particolare risulta in questo modo un recettore delle onde di luce. Si tratta di far nascere un colore concettuale, qualcosa di tremendamente umano, qualcosa che non può che affermarsi attraverso la sua opposizione, il nero. È il bianco nei suoi aspetti più alternativi e variabili, a diventare il contenitore di ciò che non dovrebbe saper esprimere.

Ugo Salerno con il suo lavoro afferma che si può fare tutto con questi non colori anche se la sua predilezione per il bianco assoluto non solo lo avvicina ad un suo illustre conterraneo come Angelo Savelli, ma anche a scrittori e artisti come Henry Michaux, quando scrisse : “E appare il “bianco”. Bianco assoluto. Bianco al di là di ogni bianchezza. Bianco dell’incombere del bianco…Bianco elettrico orribile, implacabile, assassino.”
La semplicità dei suoi lavori, il loro candore, le forme scandite in ritmi costanti, il richiamo a textures provenienti dal caos della materia, dalla ricerca dell’espressione informale, sono il segno di un lavoro in progress che vuole costruire a partire dal semplice e dall’elementare. La sintesi di Salerno ha la volontà di cercare una purezza senza rinunciare alla sensualità, alla morbidezza, alle infinite variazioni dei non colori.

La scansione delle ombre disegna esattamente la realtà, un reale di tipo ipotetico e mentale. Inoltre l’ombra è anche una relazione spaziale importante, pone i lavori dell’artista in una dinamica intersoggettiva, li colloca nello spazio. Questa variabilità alla luce, alla distanza dalla fonte luminosa diventa tanto più sensibile perché la carta è materia vibratile, riceve le sfumature della luce, le fa proprie, le assorbe. Per questo l’idea di utilizzare principalmente, la carta, cioè, una materia così antica e così intrinsecamente legata alla biologia delle fibre vegetali, fa leggere il lavoro di Ugo Salerno come un riavvicinamento della pittura alla Natura, e fa diventare questa serie di lavori una costruzione mentale, un percorso di sensibilità e di conoscenza, una restituzione all’essenzialità del dipingere.

(Valerio Dehò, 2016)


Ci appaiono all’improvviso le opere di Ugo Salerno; e ci lasciano con un senso di estraniazione, e anche di stupore. Si avverte un lungo lavoro interiore: di uomo, di lavoratore, di pensatore, che infine porta alla luce un’opera d’arte dai contorni complessi e profondi. L’elaborazione concettuale si accompagna ad una articolatissima e addirittura sofisticata tecnica, che rivela un percorso estremamente complicati, che non svela che a poco a poco tutto il lavoro, la sua lunga preparazione psicologica e quindi la sua traduzione in materia. Il protagonista è la materie, e cioè la “carta”, e il colore bianco con il suo opposto protagonista assoluto, il nero, i due poli ambiguamente usati nella negazione e nel riassumere tutto il colore presente nel mondo….

(Milena Naldi, 2012)